Sei “puellae litteratae” – fanciulle colte – in Toscana tra 1244 e 1263
Nel medioevo le donne “litterate” – che fossero colte, studiose, figlie di signori, madri di famiglia o artigiane tenute a compilare dei libri contabili – sono documentate in numero inferiore rispetto agli omologhi uomini. Non beneficiando delle necessarie testimonianze restano ‘ai margini’ della storia.
Ma lo furono veramente ai loro tempi?
Essere poco rappresentati non vuol dire non essere presenti. Infatti di tali donne si trovano ricordi per lo più sparsi ma costanti in cronache o contabilità o in vari fatti e occasioni. A loro volta esse tennero memorie, sottoscrissero testamenti, insegnarono, poetaro o regnarono non curando le opinioni contrarie di certi ambienti che periodicamente vollere discutere il concetto astratto dell’istruzione femminile. E pensiamo che pure nei comuni piccoli e nei castelli del contado, dove la vita scorreva povera e scomoda (ma qualcuno non scrisse anche sui ‘dolci campi’?), le donne fossero ammesse seguire gli insegnamenti un maestro di scuola pubblica comunale, non di rado un prete o un parroco. Sono le carte più minute che ne danno conferma ...
Firenze medievale ospitò donne istruite. Si trovano ad esempio nel canto XV del Paradiso, quando Dante rimpiange la “Fiorenza dentro da la cerchia antica” e le appella:
“Oh fortunate! ciascuna era certa
de la sua sepultura, e ancor nulla
era per Francia nel letto diserta.
L’una vegghiava a studio de la culla,
e, consolando, usava l’idïoma
che prima i padri e le madri trastulla;
l’altra, traendo a la rocca la chioma,
favoleggiava con la sua famiglia
de’ Troiani, di Fiesole e di Roma.
Saria tenuta allor tal maraviglia
una Cianghella, un Lapo Salterello,
qual or saria Cincinnato e Corniglia”.
O fortunate donne delle frugali famiglie cittadine del passato, certe di morire in patria e di non essere abbandonate dai mariti che commerciavano in Francia. Una vegliava con cura sulla culla, consolando il bimbo con quell’idioma infantile che per primi diverte i padri e le madri; l’altra, filando, raccontava alla sua famiglia le storie tradizionali sui Troiani venuti in Italia, di Fiesole e di Roma – che sicuramente aveva letto su libri e fogli. Ci si sarebbe meravigliati allora di una Cianghella, di un Lapo Salterello (donna scostumata e funzionario disonesto), come ora lo sarebbero stati un Cincinnato o una Cornelia (personaggi onorati della Roma antica).
Al tempo del poeta, nel 1304, Firenze ospitò anche una maestra di scuola dal bel nome di Clemenza. Fu così descritta (v. e-theca.net, di Emilio Panella domenicano):
“domina Clementia doctrix puerorum, uxor Marchesis condam Benci populi Sancte Marie Maioris et eius viri sui consensu et parabola, pro pretio soldorum 40 f. p., quos fuit confessa habuisse et recepisse ab infrascripto Lippo Casini populi Sancti Laurentii, promisit et convenit eidem Lippo tenere docere et instruere Andream fratrem ipsius Lippi legere et scribere ita quod convenienter sciat legere Psalterium, Donatum et instrumenta, et scribere, sine aliquo alio pretio ...” (ASF, Notar. antecos. 3140, già B 2126, f. 148r ...) .
“Donna Clemenza, insegnante di fanciulli, moglie di Marchese del fu Benci del popolo-parrocchia Santa Maria Maggiore e con consenso e promessa di suo marito, al prezzo di 40 fiorini piccoli, che dichiarò aver ricevuti dal sottoscritto Lippo di Casino del popolo San Lorenzo, promise e concordò col medesimo Lippo d’istruire Andrea, fratello del medesimo Lippo, a leggere e scrivere, così da saper leggere convenientemente il Salterio, Donato e le pubbliche scritture, e saper scrivere, senza ulteriore prezzo …”.
La Chiesa cattolica fu promotrice e operò attivamente per l’istruzione femminile. Né poteva essere il contrario dal momento che in pittura essa rappresentò comunemente la Vergine dell’Annuncio con un libro, affermandone indirettamente la cultura, e rafforzando poi il concetto su come Lei custodisse e meditasse nel suo cuore quanto appreso dall’esperienza.
Fu nei monasteri che esplicitò tale scuola tramite le regole che ne imposero l’obbligo. Importante in tal senso fu la riforma introdotta dal benedettino Benedetto di Aniane (secolo VIII),“che prescrisse l’esercizio della lettura alle fanciulle della comunità; le religiose studiavano anche il latino, per poter recitare l’ufficio, come imposto dalle regole. Le famiglie potenti mandavano le figlie a compiere la loro educazione nei monasteri, sotto la direzione delle badesse, che a loro volta provenivano per lo più da famiglie nobili. Ciò comportò che l’educazione claustrale risultasse, per molto tempo, l’unica forma di educazione femminile. Tale educazione si fermò quasi sempre a quella basica, raramente fu più elevata e completa” – così Rossella Bonsignori in Alfabetizzazione femminile in Italia nel medioevo, II (ilpostalista.it).
Ma chi può dire davvero che nel nostro medioevo non vi siano state donne non documentate ma educate in modo più “elevato e completo”, alla sequela di Ildegarda di Bingen, scrittrice, santa, mistica, teologa tedesca († 1179)?
Legate a due monasteri si trovano proprio le sei “puellae litterate” di cui al titolo dell’articolo, ignote agli studiosi, salvo una. Appaiono in altrettante pergamene manoscritte e hanno a che fare una con San Donato a Torri di Compiobbi (Fiesole) e le altre con Santa Giustina di Lucca (benedettine).
La prima si chiamava Eugenia ed era figlia orfana di Amato da Signa. È documentata il 13 maggio 1252 e citata nelle Memorie Istoriche del p. Vincenzo Fineschi domenicano (1790, p. 55) e nei Saggi Istorici di Lorenzo Cantini (1796, p. 69).
Fu della famiglia Amati – afferma il Cantini – e nel 1323 badessa dello stesso San Donato. Lo fu anche nell’agosto 1327, sebbene a parer mio più di 70 anni di distanza tra le due citazioni sono troppi e quindi si debba pensare a due persone distinte. A conferma leggo riportati in un rogito del 1259 – anno in cui San Donato fu ‘trasferito’ da Alessandro IV all’ordine cistercense che aveva una clausura più stretta – i nomi di una trentina di monache ma non quello di Eugenia.
Le monache (di certo tutte istruite ...) furono la priora Maria, la soppriora Maddalena, e poi Pacifica, Lucia, Agata, Cecilia, Grazia, “Ioseppa”, Agnesa, Elisabetta, Angelica, Giovanna, Lucia, Perpetua, Maria, Luca, Elena, Agnesa, Victoria, Filippa, Batista, Paola, Benedetta, Agostina, Maria, Giovannina, Evangelista, Margarita, Marta, Angiolina, Chiara e Paola.
Ho citate queste religiose del 1259 per non perderne la memoria, come faccio ora anche per i testimoni dell’atto: Cambio abate fiesolano, Cambio canonico da Peretola giurisperito, prete Iacopo da San Casciano e prete Guido che dimorava nel monastero.
Tornando al desiderio di Eugenia di entrare a Torri (“cupiat”), esso venne manifestato dal papa in una lettera di invito della quale la ragazza fu latrice. Questo è il testo (dalla facile comprensione):
“Innocentius episcopus servus servorum Dei. Dilectis in Christo filiabus ... [sic] ministre, et sororibus ecclesie Sancti Donati ad Turri, ordinis Sancti Benedicti florentine diocesis salutem et apostolicam beneditionem. Cum dilecta in Christo filia Eugenia puella litterata nata quondam Amati de Signa latrix presentium cupiat, sicut asserit in ecclesia vestra una vobiscum sub regulari habitu Domino famulari. Universitatem vestram rogandam duximus attentius, et movendam per apostolica vobis scripta mandantes, quatenus ipsam ob reverentiam apostolice sedis et nostram recipiatis in sociam, et sororem, et sincera in Domino caritate tractetis. Dat. Perusij III. Id. maii pontif. nostri anno nono”.
Le altre cinque fanciulle letterate, eccetto una, anch’esse raccomandate dal papa per la vestizione in Santa Giustina di Lucca, si trovano scritte in altrettante lettere quasi di uguale tenore e frasi. Così in sunto gli atti:
1. Da Genova il 6 agosto 1244 Innocenzo IV scrisse alla badessa lucchese a favore di Maria di Coneti “de Baptoso”; lo faceva per la seconda volta perché “neglexistis” – si rivolge così alla religiosa – quanto già intimato.
2. Da “Lugduni” (Lione) il 3 novembre 1249 lo stesso pontefice inviò una lettera simile all’arcivescovo di Pisa perché si adoperasse e usasse discrezione nel far monacare la puella letterata Soffredinga di Filippo da “Castroveteri”, in quanto lo statuto imponeva al monastero solo un certo numero di suore.
[Qui si inserisce cronologicamente la lettera da Perugia del 13 maggio 1252 per Eugenia del fu Amato da Signa].
3. Dal Laterano il 10 dicembre 1253 Innocenzo inviò altra missiva al vescovo di Lucca per Agnese figlia di Guglielmo de “Carfagnana”, detta, unico caso, “puellam non litteratam”.
4. Da Orvieto il 12 giugno 1263 Urbano IV chiese alla badessa e alle monache suddette l’accettazione di Amellina o Ermellina di Raynone del Gallo cittadino di Lucca.
5. E infine da Viterbo il 25 ottobre 1266 Clemente IV fece scrivere a Santa Giustina altra lettera a favore di Banduzia del fu (orfana) Cece Parentelli lucchese.
Paola Ircani Menichini, 9 gennaio 2026. Tutti i diritti riservati.
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